Ho letto per molti anni riviste di apicoltura nelle quali, se avevo pazienza e non erano troppo accademiche, arrivavo alla fine di qualche bell’articolo. Leggere gli articoli di un autore è come assaggiare un pezzo della loro anima, e più passa il tempo più ci si fa un idea. Credevo fosse così anche nel caso di Paolo Faccioli.

Nel 2014 a Terra Madre, manifestazione di Slow Food a Torino, mi recai all’Honey Bar dove c’era un calendario fitto di incontri di apicoltura urbana. Li iniziai a conoscerlo davvero. Un uomo gracile, luminoso, che passava ore con una abnegazione mai vista prima dietro un microfono a spiegare, tradurre, ospitare chi nel mondo poteva darci una finestra della propria vita.

Inutile dire che ho conosciuto un uomo diverso da quanto mi ero immaginato.

Da li è nata una comunicazione asincrona fatta di comunicazioni half duplex con email spesso chilometriche in cui sembravamo volerci misurare senza mai concederci un punto. Mi chiedevo se fosse diffidenza o una valutazione infinita.

E mentre il mio modo di fare giornalismo sensazionalista mi spingeva a stuzzicarlo con notizie quasi sempre mediocri lui mi ribaltava uno scenario denso di ambiguità, di analisi oggettive, di educazione allo spirito critico.

Il suo approccio è neutrale e forse questo dopo un po’ urta la pazienza di chi, nel suo settore, preferisce collaboratori fortemente polarizzati sia in ambito tecnico che politico.

Lui è capace, davanti ad una sala internazionale in un Aula Magna di dire che le api urbane sono comunque quelle bestie che ti cacano sulle lenzuola stese.

Il tempo ci ha permesso di incontrarci finalmente per un progetto condiviso. Terra Madre 2016, con Slow Food a Torino.

Io da tempo lavoravo su un progetto torinese chiamato Comunità del Cibo e nel frattempo Slow Food era impegnata a dare un senso ed uno spazio al tema dell’apicoltura.

Venne definita una sede molto importante per questo : La sede storica del Rettorato dell’Università di Torino di Via Po/Via Verdi.

Qui abbiamo dato vita ad una Conferenza sull’apicoltura urbana come modello di innovazione sociale. Una sulla qualità oggettiva del miele che viene prodotto in città: il miele urbano è mangiabile, ed è buono?

Una sul nettare degli dei : l’Idromele. Ne abbiamo viste e bevute..

 

Ma per Paolo Terra Madre era ed è una palestra di vita fatta di incontri, relazioni, novità, perché a Terra Madre tutta la rete mondiale dei delegati di Slow Food si ritrova per aggiornarsi e confrontarsi.

Paolo li conosce tutti da anni. Essere al suo fianco mi ha permesso davvero di vedere l’apicoltura non soltanto sul piano tecnico-produttivo ma umano.

 

C’è stato uno scambio profondo e questo ha certamente permesso a tutti di superare alcune barriere, spesso incontrate in Italia quando si vuole far nascere qualcosa ma per mille ragioni quella cosa davvero non riesce a partire.

 

Dopo il salone mi ha omaggiato di un suo libro, edito da Montaonda.

Per chi non lo sapesse, Montaonda è un piccolo editore che punta alla qualità ma soprattutto seleziona argomenti che trattano di benessere animale.

Parliamoci chiaro. Non è una questione di essere animalisti o vegani.

Benessere animale per noi oggi è un tema quasi impossibile da affrontare, mentre per moltissime altre civiltà è una materia permeata nella vita e nel lavoro delle persone. Paolo ci racconta dei cacciatori di Apis Dorsata che scalano montagne per raccogliere mieli stipati fra le rocce. E cosa non dire degli apicoltori brasiliani, etiopi, macedoni?

Parlare di benessere animale vuol dire pensare agli allevamenti intensivi. Ai maiali, polli, vacche, salmoni che vivono in spazi esigui spesso sotto antibiotici per via degli ambienti in cui vengono allevati che sono praticamente tutti putridi e infetti e sono tali perchè spesso le regole sanitarie o non vengono rispettate o sono facilmente superabili o sono inferiori e meno severe delle regole in Italia.

E non parliamo di quello che mangiano in condizioni ottimali: 'ottimali' è una battuta, questa etichetta rappresenta un cibo somministrato ai pesci da una azienda certificata e che opera in standard di qualità, ciò nonostante leggete gli ingredienti (emoglobina suina??, integratori..) per capire voi stessi se questo è un cibo 'normale' per un pesce o meno.. Leggete infine le controindicazioni : Questo è un prodotto a base di sangue.

Il libro di Paolo : Dall’altra parte dell’affumicatore, è un compendio di riflessioni che vanno dalla storia ai giorni nostri ed affronta davvero aspetti che nel nostro quotidiano non passano osservati.

Cosa c’è dietro il fenomeno della spettacolarizzazione degli animali?

Oggi vestiamo i cani come uomini, ma da dove nasce questa ossessione.. e da quando? Il libro ci mostra le tappe che portano la società a vivere di paradossi ed a negare le tecniche produttive di massa, che di fatto sono un problema quantitativamente superiore in termini di benessere animale e di qualità inferiore della nostra alimentazione.

Non è una questione di decrescita ma di non sprecare, di adattare la produzione ai bisogni: vivere mangiando il necessario è certamente un modello che qui non vedremo facilmente a breve.

 

Ma torniamo alle api. Api da circo, barbe di api addosso agli uomini che si divertono a riempire pagine di facebook. Api che vengono frullate da aspirapolveri per la fretta di raccogliere miele. Siamo nel decennio in cui moltissimi apicoltori hanno una vetrina su un sito web e ti offrono di Adottare una Arnia.

Adotta un'ape, una famiglia, un'arnia. Prima ancora del Pet Bee Terapy c’è questa idea.

 

Cosa vuol dire Adottare un'arnia? Non pensiamo all’effetto meccanico che si produce se doniamo dei soldi ad un apicoltore. Cambiamo prospettiva e torniamo alle istruzioni del libro di Paolo.

 

Dopo 3 secoli l’uomo è passato dal circo allo zoo e ad ogni forma di spettacolo tentando di antropomorfizzare gli animali. Tenere, pelose, le api ci accompagnano fin da bambini nei cartoni animati. Le vediamo mentre facciamo colazione sulle scatole di cartone. Adottare un'ape è un meccanismo che attecchisce nei cuori di tutti.

Ma a un ape serve tutto questo?

 

Intanto chiediamoci chi la dovrebbe adottare? Visto che non è un animale domestico e facilmente gestibile, chi la potrebbe veramente adottare ed amministrare sarà necessariamente SOLO un apicoltore: che poi faccia produzione o pet terapy o didattica in una agri-cascina non fa differenza.

Un apicoltore, che tu scelga o meno di adottare un'ape, lo fa di mestiere e deve averle. Deve recupere eventuali sciami per aumentare la sua capacità produttiva o per dare vigore alle famiglie più deboli.

Deve sfamarle comunque, perché il clima, le stagioni e le scarse fioriture –e poi visti gli ultimi anni- fanno si che in autunno inoltrato le famiglie siano in emergenza di cibo. Che vuol dire comprare cibo per darlo alle api in inverno.

Deve proteggerle da malattie, parassiti, predatori.

Insomma adottare un'ape non si traduce in un gesto inedito, speciale, oggettivamente al di fuori delle attenzioni che già rivolge tutto l’anno a tutte le sue api.

 

Non c’è un'ape sola e che vagabonda nei prati e che ha perso una mamma.

Tutto quel che fa l'apicoltore è usare quei soldi per migliorare la sua gestione e garantire al donatore una presunta certezza che le api adottate staranno bene.

 

Ma le api, con o senza donazione, devono ricevere il massimo delle attenzioni comunque! Pena la perdita della famiglia, del raccolto, del bottino il prossimo anno.

 

E non dimentichiamolo : se adotteremo una famiglia di api dobbiamo sapere che l’apicoltore, anche in buona fede, le ucciderà mentre lavora. Mentre aprirà o chiuderà l’arnia di legno. Mentre somministrerà loro i trattamenti contro la varroa o altre forme preventive di malattia. Mentre si troverà con una cella reale o due o tre e sceglierà di sacrificarle per mantenere non solo viva l’ape regina ma per impedire –o almeno sperare- che le api non sciamino!

 

Non c’è nessuna modifica nel rapporto dell’apicoltore con una famiglia adottata, nessun privilegio perché tutte le famiglie richiedono lo stesso intenso e faticoso lavoro.

 

Paolo Faccioli è un uomo crudo. Con l’avanzare degli anni tutti noi tendiamo a cambiare. E’ difficile mantenere se non addirittura aumentare la propria crudezza, la propria franchezza. In lui riscontro un senso dell’etica che sfugge alla comprensione delle persone comuni e persino dei suoi collaboratori più stimati. Capirlo è difficile, perché prima di ogni complimento e prima di porgerti la mano Paolo ti pianta un unghiata in faccia. Non è un atto vandalico autoerotico.. lo fa per sbatterti in faccia tutta la luce possibile ben sapendo che il diaframma che abbiamo nei nostri occhi è opaco da anni di diseducazione.. di spettacolarizzazione, di derive in cui il nostro vivere –anche con animali che vorremmo parlassero- ci impedisce di vedere.

 

Poi, dopo l’unghiata, un sorriso senza barriere.

 

Grazie Paolo.