Come è cambiata la parola ETICA nel corso dei decenni. Aziende che difendono il lavoro etico, il codice etico dei collaboratori. Lo sono le tasse e le banche. La cucina etica. Aziende o distributori che sostengono progetti umanitari o contribuiscono a rendere GREEN il pianeta attraverso il sostegno di progetti di riconversione (quasi sempre piccoli per volume di impatto ma utili ad attuare un lavaggio accurato della propria immagine).

Etica è l’azienda che nelle bollette ti spiega in quale modo tu –cittadino- sei riuscito ad operare le tue scelte (con un grado di libertà decisamente piccolo) per migliorare questo pianeta.

Come per lo smaltimento dei rifiuti, come per le bollette elettroniche, come per la gestione del bilancio familiare o professionale e conseguente dichiarazione dei redditi, come per il pasto scolastico, come per l’istruzione scolastica che sta sostituendo lavagne e libri (magari recuperando l’usato dell’anno precedente se non te li potevi permettere nuovi) con APP per il tablet (una APP per ciascun studente) etc etc il costo del sistema si trasferisce all’ultimo anello del sistema stesso per due semplici ragioni: Il cittadino non può opporsi ne sottrarsi per ragioni di obbligo o per ragioni di necessità. Il cittadino non può scaricare il costo ad un livello successivo. E così non può scaricare eventuali aberrazioni come tutte le evasioni fiscali che precedono questo anello della catena dei costi oppure la scelta della qualità di materiali o servizi o ancora i debiti degli anelli precedenti. Se ci sono perdite di efficienza, corruzione, evasione.. tutto finisce come un imbuto all’ultimo anello della catena che si accolla le spese. Ma con la scusa del protagonismo (avrai il tuo account per vedere la tua we-bolletta, il tuo biglietto del treno, il tuo libretto scolastico) si trasferisce anche il costo della burocrazia! Ma con il vantaggio di una gioiosa e inspiegabile collaborazione del cittadino che si illude di avere il controllo delle informazioni. Se poi è un nuovo nativo digitale l’illusione è garantita. La sostanza è che tutte queste operazioni costavano a chi ne è responsabile, e parliamo di milioni di € che ora con questa pratica oramai perfezionata (di stimolare la partecipazione dal basso) si spalma al cittadino.

 

ETICA E CIBO, I VEGANI?

Il marcato del cibo è cambiato moltissimo in questi ultimi anni perché la domanda di chi ha scelto di non mangiare proteine animali è aumentata sensibilmente.

La maggioranza di questi nuovi consapevoli ha bisogno di tonnellate di cibo che in sintesi è diviso in:

-       proteine vegetali (ceci, lenticchie, fagioli, quinoa etc)

-       ortofrutta e ortofrutta disidratata

-       semi (sesamo, lino, zucca etc)

-       grassi vegetali

 

Questo cibo deve essere disponibile ogni giorno e costare il meno possibile, per essere chiari e saltare i preliminari in dieci anni alcune nazioni sono state messe in ginocchio grazie a questa nuova tendenza. La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate –rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro.

Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione (http://www.indexmundi.com/bolivia/population_below_poverty_line.html) vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale.

Oltretutto il suo prezzo è talmente elevato che il consumo locale è crollato.

La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale (http://content.time.com/time/world/article/0,8599,2110890-2,00.html) , che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente.

Anche il fenomeno della malnutrizione cronica è cresciuto fino al 19,5% (Perù).

Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa.

https://www.vegolosi.it/ricette-vegane/burger-vegani-di-quinoa/

 

E’ chiaro che l’indurstria dei grassi vegetali è diventata un settore. Maionese vegana di anacardi, creme spalmabili bianche o alle erbe (che cosa ci stiamo mangiando, un grasso vegetale di sitnesi?) , formaggi veg come la chicca di riso o le mozzarelle che puoi anche portare in pizzeria. Di che materia, di che tipo di produzione stiamo parlando, ma soprattutto sono etiche?

 

La Guinea Bissau è un grande produttore di anacardi. I quali per ragioni politiche ed economiche ancora oggi non può esportare direttamente in Europa. Questo frutto, così come l’olio di palma, vengono barattati a peso con riso ed altre merce di basso costo per chi le compra. Ovvero il Pakistan. Che quindi affama i paesi a cui sottrae il prodotto e lo rivende poi a peso d’oro.

 

Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, (https://www.hrw.org/report/2011/09/07/rehab-archipelago/forced-labor-and-other-abuses-drug-detention-centers-southern ) gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock.

Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani.

https://www.hrw.org/report/2011/09/07/rehab-archipelago/forced-labor-and-other-abuses-drug-detention-centers-southern

La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti. 

 

CRUDO E ETICO

Sono indubbiamente dei tesori da usare in ogni possibile anfratto del web e servono a creare una nuova piacevolezza del gusto, sulla quale associazioni come Slow Food dovrebbero maggiormante soffermarsi. Perché ogni decennio ha le sue piaghe e le proprie contraddizioni, nelle quali nuove tecniche di illusione rendono paradossalmente ‘complici’ i consumatori che per questa ragione arrivano sempre troppo tardi all’informazione. Nel frattempo sono felici di aver cambiato stile di vita, di alimentazione persino! Millenni di identità caratterizzati dai prodotti del nostro territorio spazzati via con l’illusione di esserci emancipati dalla proteina animale. O forse perché abbiamo scelto senza sapere che chi ha messo in rete questa ‘domanda’ era già pronto almeno dieci anni prima con la risposta, con questa nuova desertificazione di mono colture, con nuovi schiavi e nuove colonie del cibo.

 

Ha senso come consumatori vivere le proprie scelte alimentari senza dare un peso significativo all’origine del prodotto? E ha senso come cittadini ignorare che cosa accade dopo, quando il prodotto è uscito dalla nostra casa sotto forma di scarto?

Si perchè ora viene il bello. Avete presente la RACCOLTA DIFFERENZIATA?

Cosa succede se il cibo che comprate al mercato o nella grande distribuzione e che deriva da una coltivazione di tipo intensivo, dopo che le bucce e gli scarti finiscono nelle centrali di biocompostaggio, ritorna alla terra come compost?

Tutti questi pesticidi che pensiamo di NON mangiare eticamente nel nostro essere vegani o crudisti, tutte le tonnellate di cibo che ogni mattina riempiono alle 4 di mattina i mercati generali di cibo trattato con pesticidi di ultima generazione. Tutto lo scarto che siamo obbligati a differenziare e che contiene i pesticidi dove va a finire?

ne parlerò con il prossimo articolo